Chino sul lavandino, con la bocca impastata di schiuma verdognola e lo scroscio dell’acqua che non gli faceva udire altri rumori, Bruno alzò lo sguardo dallo spazzolino e fissò allo specchio la propria immagine. Niente di bello: spettinato e stanco, col dentifricio che gli colava dalla bocca e, più sotto, i peli del petto che spuntavano dalla canottiera formato muratore, Bruno pensò che si stava trascurando. Si sciacquò la bocca, chiuse l’acqua e si raddrizzò: già meglio. Si osservò la pancetta. Conosceva bene la curva del ventre perché la scrutava e la controllava in ogni specchio che vedeva. Non riusciva mai a camuffarla in modo egregio: con le polo tendeva la stoffa sopra la cintura dei calzoni, con le camicie le asole dei bottoni si allargavano in modo innaturale e le giacche erano il peggio: la stoffa pesante non prendeva una piega morbida, tanto che addirittura l’effetto era peggiore di quanto non fosse la realtà.
Si riscosse presto: Bruno aveva cinquantadue anni, una discreta carriera alle spalle e, a parte un divorzio, i fallimenti nella sua vita non erano stati molti. Si sentiva mediamente soddisfatto di ciò che era riuscito a realizzare nella sua vita e aveva buone aspettative per il futuro.
Bando alle pancette e all’autocommiserazione, si disse. Se ne andò a dormire con la mente sgombra da preoccupazioni e si addormentò in un lampo, come gli capitava da ragazzo.
Erano circa le sei e mezzo e la luce filtrava debolmente dalle persiane quando il telefono squillò, di un trillo lungo e invadente. Ce ne vollero altri due perchè Bruno si sedesse sul letto ed afferrasse il ricevitore. “Pronto…. cosa c’è?”, ansimò nella cornetta.
“Buongiorno, mi chiamo Bruno, posso sapere con chi sto parlando?”
Bruno, seduto sul letto e ancora sottosopra per il brusco risveglio, non capì. Quella frase avrebbe dovuto dirla lui. Chi gli stava rubando le battute!? Poi realizzò che per una strana coincidenza parlava con un altro Bruno, al telefono, alle sei e mezzo del mattino.
“Guardi, mi chiamo Bruno anch’io…ma si può sapere cosa desidera?”
“Come mi chiamo Bruno anch’io ? Per favore, non faccia lo spiritoso, è una questione seria!”
”Ma che spiritoso!? Se le dico che mi chiamo così…”
“La smetta – lo interruppe l’altro – lei non si chiama affatto Bruno. Io mi chiamo Bruno. Questo è uno scherzo idiota. Chiamo il numero di casa mia e mi risponde qualcuno che dice di chiamarsi come me.”
“Scusi, lei ha chiamato casa mia, non sua. E giocoforza a casa mia ci sono io, a casa sua c’è lei.”
“Ma cosa sta dicendo!? Cerca di farmi fesso con questi sofismi!?”
“Senta, signor Bruno, lei ha semplicemente sbagliato numero, mettiamo giù e poi riprovi e vedrà che a casa sua ci sarà chi si aspetta che ci sia.”
Detto ciò Bruno, infastidito dal tono dell’altro, riattaccò senza dire nemmeno buongiorno. Rimase seduto per un po’ sul letto riflettendo su quello che gli era accaduto finché non si accorse degli sbadigli enormi che lo avvolgevano pian piano in un morsa di torpore. Si girò su un fianco e in poco tempo si riaddormentò.
Fu verso le nove che Bruno riuscì a riscuotersi in via definitiva dal sonno: si sentiva come in una prigione di sonnolenza dalla quale non riusciva in alcun modo a liberarsi. Dovette fare un preciso sforzo di volontà per svegliarsi. Quando ci riuscì, per paura di ricadere nel sonno, si alzò immediatamente in piedi, nonostante tutti i muscoli del suo corpo – e a dire la verità anche una parte considerevole del suo cervello – gli urlassero di fare il contrario. Si avviò in cucina per mangiare, poi tornò indietro in preda alla confusione: doveva andare in bagno. Solo più tardi, nella doccia, si rese conto di una strana sensazione, che a ben guardare non lo aveva abbandonato dal risveglio. Era una sensazione di assoluto malessere, di inadeguatezza, di impotenza e – in ultima e più approfondita analisi – di paura. Una paura irrazionale, che si situava ad un livello profondo della sua persona. Non una paura di fallire, o di non essere apprezzati, no, una paura atavica, che traeva le sue radici da una regione lontana e profonda, da un luogo oscuro dentro di sé, dove Bruno non aveva mai osato andare.
Bruno, analizzando la sensazione, si persuase che fosse stata provocata da un sogno. Certo, non era successo ancora niente nella sua giornata da motivare una sensazione tanto forte, quindi la causa si doveva situare prima dell’inizio di questa giornata: ancora nel limbo del sonno. E questo poteva essere un problema perché il sonno era qualcosa che sfuggiva totalmente al suo controllo. Bruno odiava le situazioni in cui era chiamato ad intervenire e nelle quali era tuttavia impotente: per lui non trovare un soluzione pratica ed efficace a un problema era una sconfitta personale, una battaglia persa contro le cattiverie della sorte.
Dunque, cosa poteva fare un povero, onesto lavoratore alle soglie della pensione contro i turbamenti di un sogno? Proprio niente, si disse.
Finì di vestirsi e uscì di casa con l’auto, sperando di non incontrare traffico e di arrivare in orario al lavoro. Arrivò con dieci minuti di ritardo, che rispetto al solito erano una manna dal cielo: sulla scrivania lo aspettava una montagna di carte da sbrigare e lui ci si tuffò con foga, nella speranza che un po’ di sana fatica gli facesse scordare i turbamenti notturni.
Purtroppo però, come spesso succede quando si vuole a tutti i costi dimenticare qualcosa, Bruno svolse tutto il lavoro della mattinata con il sottofondo interiore di questo malessere, continuando a pensarci con una parte della sua mente che sembrava essere autonoma e indipendente dalla volontà. Arrivato alla sera Bruno si accorse di essere sfinito. Si sentiva oppresso, come se avesse dovuto compiere una fatica emotiva.
Nel tragitto per tornare a casa il sogno gli balzò alla mente improvvisamente. Si rese conto di quanto inquietante fosse e capì il perchè di tanto scompiglio nella sua anima. Non c‘era da stupirsi, si disse: chiunque avrebbe avuto una giornata orribile dopo un sogno simile. Era tutto preso dallo sforzo di ricordare sempre più particolari della visione, ma ovviamente più si sforzava, più questi sembravano scivolargli via dalla memoria come la sabbia stretta tra le mani.
Fu all’ultimo che lo vide.
Il grande faro del semaforo rosso gli si parò davanti come comparendo dal nulla, con un fare aggressivo che sembrava volerlo intimidire. Bruno schiacciò il pedale del freno e la frizione con tutte le sue forze e con un brutto stridio di gomme l’auto si arrestò violentemente ben al di là della linea bianca.
Ebbe bisogno di qualche secondo per riprendersi dallo spavento.
Si trovava proprio al di sotto del grande fanale che, nella penombra della sera, riempiva l’abitacolo di una luce rossastra e sinistra.
Bruno si spaventò un po’: era talmente distratto dai suoi pensieri che per poco non rischiava la vita passando col rosso ad un incrocio trafficato come quello. Mentre guardava le altre auto sfrecciargli davanti, Bruno si domandava perché un sogno, una creazione della sua mente, senza alcun fondamento reale potesse portarlo a rischiare la morte.
Era sconcertante.
Il fanale ridiventò verde e il ritardo di Bruno nel partire – era di nuovo perso nei suoi pensieri – provocò i clacson fastidiosi delle auto in coda.
Si riscosse e guidò fino a casa con gesti meccanici, senza più riuscire a distinguere le vie, le svolte, i semafori… Fu un miracolo se arrivò a casa ancora integro.
Si buttò sulla poltrona del salotto senza neppure togliersi il soprabito e le scarpe. Non riusciva a pensare ad altro che al suo sogno, e al turbamento che esso aveva provocato, e non riusciva a distinguere quanto ormai quello sgomento fosse autentico e quanto dovuto all’autosuggestione, al continuo rimuginarci sopra. Non seppe far altro che appoggiare la cartella di pelle sul pavimento e avvicinarsi all’armadietto in cui custodiva alcuni rimasugli di liquori, tutti senz’altro regalati. Non era molto pratico di superalcolici, e si versò un bicchiere da cucina colmo di un liquido trasparente. Lo tracannò d’un fiato e sentì infiammarsi la bocca, la gola, l’esofago e fin giù alla bocca dello stomaco.
Non riuscì a farci troppo caso e sovrappensiero se ne versò un altro bicchiere. Nel frattempo si era riseduto sulla morbida, cedevole poltrona, con il bicchiere in una mano e la bottiglia nell’altra.
In capo a pochi minuti, sfinito dalla giornata passata con un chiodo fisso nei suoi pensieri, si addormentò sulla poltrona, mentre il bicchiere vuoto si rovesciava sul sedile e la bottiglia, non più in verticale, faceva lentamente gocciolare il contenuto sul pavimento.
Solo verso le otto si risvegliò, ancora più intorpidito e affannato di quanto lo fosse stato durante il giorno.
Il sogno si era ripetuto. Orribile, sconcertante, inquietante come il primo.
Di nuovo gli era apparso il lungo corridoio: lungo le pareti tanti mobiletti, tutti più o meno simili, tutti più o meno anonimi. Su ognuno un telefono e tutti insieme squillavano. Bruno doveva rispondere a tutte le chiamate. Sollevava un ricevitore: subito davanti a lui compariva un altro se stesso, con un ghigno sul volto, che tentava di strappargli la cornetta. Bruno allora tentava di fuggire, ma ad ogni ricevitore che alzava cresceva la schiera dei suoi cloni che lo inseguivano. Ed era impossibile non alzare i ricevitori: quelli avrebbero continuato a squillare per sempre, senza lasciargli tregua.
Squillò il telefono.
Sto ancora sognando, si disse Bruno. E invece no, il telefono squillò ancora, di un suono chiaro e razionale, per nulla onirico o sinistro.
Si risolse ad alzarsi in piedi e ad avvicinarsi all’apparecchio. Gli faceva paura, non osava alzare la cornetta. Finalmente si decise: allungò la mano e la poggiò sul ricevitore. Lo sollevò accanto all’orecchio e sussurrò tremante: “Pronto…?”
“Pronto, sono Bruno… ma con chi sto parlando!?”


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