Cade fresca, leggiera ogni goccia sulla mia pelle brunita dal sole. Scioglie piano le concrezioni di sale che il mare ha lasciato sulle mie braccia: macchioline bianche in movimento che ricamano la cute come un pizzo. Rimango sdraiata sulla salvietta irrigidita dall’acqua di mare, con gli occhi chiusi, immobile, mentre le labbra doloranti dal salso trovano sollievo nell’acqua che le bagna e i capelli arricciati divengono ancora più crespi per l’umidità di queste poche gocce.
Piove. Piano, delicatamente, quasi impercettibilmente le dita leggiere e fresche della pioggerellina accarezzano il mio corpo riarso. Uniformemente, donando sollievo, come un amante esperto che accarezzi il viso, il seno, il ventre dell’amata, per renderla partecipe per intero del suo amore. Mi lascio toccare, sfiorare da queste mani, rimanendo ferma, le braccia spalancate come un crocefisso, e offrendomi a loro.
Da lontano, molto lontano da me, vengono i tonfi delle onde: ora accarezzano piano la battigia con un dolce sciacquio, ora la aggrediscono, ruggendole contro e scavandola. Se guardassi il mare – ma dovrei aprire gli occhi – lo vedrei ribollire piano piano in superficie per le mille goccioline che lo lacerano. Vedrei il suo colore metallico, la sua calma oscura, vedrei l’orizzonte svanire nella scala di grigi e d’azzurri che si confondono con le nuvole. Più in fianco, discosti, vedrei i ginepri spinosi, i mirti profumati, le agavi cotte dal sole che innalzano al cielo i loro fiori seccati. Vedrei forse le mosche ronzare, le vespe veloci in cerca di un fiore, vedrei il vento mulinare impaziente le dune di sabbia dorata.
D’un tratto avverto sulla pelle un tepore, come un calda morbida coperta che mi avvolge; cessano i tocchi freschi della pioggia. Socchiudo piano gli occhi e rimango abbagliata dal sole alto nel cielo.


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