E così era di nuovo sola.Paul era appena uscito sbattendo la porta con tutte le sue forze, fino a far tremare i vetri. Lei aveva sussultato. Di nuovo sola. Dio, Dio, perché? Perchè anche Paul se n’era dovuto andare, in quel modo così meschino, poi. Così, senza nemmeno una lacrima, un addio. Non sarebbe tornato, no. Era troppo fiero, troppo orgoglioso, un vero soldato, lui. Così biondo, così forte, così pervicacemente americano. Si, era fiero, e anche troppo insensibile. Letty si alzò dal tavolo. Erano quasi le sette, avrebbe dovuto cominciare a cucinare, se voleva mangiare. Non voleva, decise. Non tanto per la poca fame, quanto perché non aveva voglia di cucinare, così, per lei sola, senza le chiacchiere di Paul a tenerle compagnia. Dunque, niente cena. Si risedette al tavolo. Allungò gli occhi fuori dalla finestra: diventava lentamente scuro, le auto sfrecciavano veloci e sui marciapiedi le persone erano illuminate dai neon colorati delle insegne. Qualche prostituta passeggiava annoiata, gli uomini lanciavano loro occhiate, chi timoroso, chi con disprezzo, chi con desiderio. Letty tirò le tendine bianche e guardò la cucina: I mobili bianchi, dozzinali, erano illuminati dalla luce del neon, sopra la credenza, mentre la tovaglia di plastica stinta era impietosamente sottolineata dal cono di luce giallastra della lampada sopra il tavolo. C’erano solo due sedie e per la verità in quel momento Letty desiderava che ce ne fosse una soltanto. «Tornerà?» «No», rispose la mente. «Certo!», rispose il cuore. Letty non seppe a chi credere. Sarebbe andato a dormire in ufficio, sul divano del suo studio. Là da solo, su un divano corto, con una miserabile coperta addosso. Fu quasi tentata di aver pena per lui. Si riscosse subito. Perché aver pena per lui? Non si prova pena per un uomo così. Un uomo che non le aveva dedicato attenzione, un uomo per cui lei esisteva solo quando ne aveva bisogno, un uomo che la faceva sempre sentire sciocca e fuori posto. No, non avrebbe provato pena per lui: si sarebbe disperata per un po’ e poi l’avrebbe dimenticato. Aprì l’armadietto della colazione e prese i biscotti. Si fermò a mezz’aria e poi aprì il pacchetto con un sospiro: non aveva più Paul per cui stare in linea. Si odiò per la sua trascuratezza, per lo stile di vita trasandato e disordinato che avrebbe seguito nei giorni successivi. «Sei come una bambina – si disse – se nessuno ti controlla non sai gestirti». Era di nuovo preda dell’autocommiserazione, come già altre volte era avvenuto. Ma questa volta… questa volta era diversa. Forse perché anche Paul era stato diverso dagli altri, almeno all’inizio. Già, all’inizio le telefonava, la portava fuori, le scriveva lettere, le parlava di molte cose. Sembrava che per lui i momenti insieme fossero importanti, più importanti delle notti, dei baci sulle scale. E così Letty s’era innamorata, come mai prima, le sembrava. «È quello giusto», si era detta. Invece non era stato così. Ora non sapeva dire quando o perché fosse cambiato tutto, ma i risultati erano lì da vedere. Si impose di non cercare il perché, non l’avrebbe trovato e sarebbe diventata pazza cercandolo, oppure l’avrebbe trovato e sarebbe stato così brutto che si sarebbe pentita della sua scoperta. Doveva dimenticarlo. Da subito. Col massimo impegno. Mise via quel poco che rimaneva del pacchetto di biscotti e spense la luce mentre andava in camera da letto. Si spogliò, si lavò i denti e si ficcò tra le coperte. Sognò Paul, quella notte, e al mattino il sapore del sogno le ronzava per la testa come una canzone. Corse in ufficio e tra telefonate e fax non ebbe che qualche fugace istante per pensare a se stessa. Fu la pausa pranzo a riportarla con i piedi per terra. Se ne stava seduta da sola al bancone del ristorante dove mangiava di solito, un posto squallido, dove il sole non entrava mai, le saliere e le oliere erano uniformemente unticce e sporche e dalla cucina veniva puzza di cibo malcotto. Le si avvicinò un uomo. A guardarlo bene era più un ragazzo che un uomo, ma in quel momento Letty non vedeva differenza fra le due cose. “Signorina, posso offrirle un caffé?” Era giunta a camminare fra gli alberi di un parco. Le foglie mandavano bagliori dorati ai raggi del sole e la sciarpa morbida attorno al suo viso le faceva sentire un accogliente tepore. Non sarebbe riuscita a ricucire il suo intimo, questa volta. Era strappato in malo modo, ai bordi si sfilacciava. Si avvicinò all’argine del fiume, godendo il calore del sole, del primo pomeriggio affollato di bambini e mamme a passeggio, illuminato dalle grida liete dei gabbiani, rischiarato dalla luce rosata. Tolse il cappotto e la sciarpa, mise in borsa i guanti: la pelle passava dal freddo dell’aria al caldo dei raggi del sole, fuggendo l’uno, cercando l’altro. S’incamminò verso la riva, lasciando dietro di sé le scarpe, il fermaglio dei capelli, le calze, gli orecchini… Mise un piede in acqua: sentì la carezza della corrente, il vorticare delle onde sulla pelle, il fresco del fiume. Avanzò di qualche passo, rilucente nel sole. Poi la corrente la portò via, sorreggendola, mentre Letty si sentiva accarezzare dai flutti, accolta in tanta acqua attorno a lei. |
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