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Marilena si era incantata. Inginocchiata, con l’alare stretto fra le dita forti e delicate insieme, aveva gli occhi fissi e inespressivi. Il suo volto era immobile da alcuni minuti eppure la luce tremolante lo animava in modo inconsueto. Tutta la stanza era partecipe di questa sorta di instabile vita: l’unica fonte di luce era il camino davanti al quale era Marilena. Le appliques, il lampadario giacevano inerti nelle tenebre, la loro presenza di inutili oggetti moderni rivelata solo dallo sconnesso brillio delle fiamme. E in tutto questo Marilena non si curava di nulla, né della casa immersa nella semioscurità, né del freddo che pian piano penetrava attraverso i vetri, le pareti, i pavimenti.
No, Marilena era incantata. I suoi occhi chiari fissati nelle fiamme, inanimati, non erano però spenti, ma come imbalsamati in uno sguardo vivo. Anche il suo corpo, ormai ingessato, era fermo in una posa viva: le gambe ripiegate sotto il peso del tronco, schiacciate a terra, il busto eretto col seno in fuori, come col fiato trattenuto, di cui si distinguevano i capezzoli piccoli sotto la stoffa. Poi la testa, diritta seppure in procinto di inclinarsi, quasi tesa nello sforzo di osservare il movimento del fuoco. Le braccia, come giunte in avanti, stringevano l’attizzatoio annerito e consunto.Dolorosamente le mani si stringono all’alare. Il viso – tranne gli occhi – si contrae. Sembra rabbia. Un ciocco scoppietta, come in un Natale gaio, sprigionando una manciata di scintille subito attirate verso l’alto. Meccanicamente, senza muovere gli occhi, Marilena lo raccomoda in modo da formare una solida ed incandescente piramide. Pian piano, scivolando, la testa si accascia su una spalla. Nel movimento anche gli occhi lasciano i loro traguardi fissi e riprendono vita: restano sulle fiamme, ma ora possono seguirle nei loro guizzi, nel loro svanire verso l’alto, nel loro lambire i ciocchi incandescenti. “Il calore si propaga per irraggiamento”, le vampate, il secco calore che invade le mani, lo proclamano. Marilena resta a farsi bruciare dal fuoco, mentre dal suo occhio destro, quello appoggiato alla spalla, scende una piccola lacrima. È la posizione, è la stanchezza, è il calore… Marilena non la asciuga. Lascia che pian pianino, come resa più liquida dal calore, attraversi tutta la guancia bollente per fermarsi sull’orlo. Ora dovrebbe evaporare. No, ecco, ne arrivano altre… tutte in fila. È la posizione, è la stanchezza, è il calore… Cadono, precipitano sulla maglietta, la inzuppano in una macchia scura sul seno. Anche l’altro occhio piange – per invidia – e le lacrime rotolano per il naso fino a raggiungere le labbra. Sapore di lacrime. Ora è tutto così sfocato. Marilena non distingue più le fiamme, vede solo un indistinto tremolio aranciato. Chiude gli occhi e le piccole stille rimaste sulle ciglia producono riflessi luminosi, come gocce di rugiada. Non ci sono più scuse, ora Marilena piange. Non è la posizione, né la stanchezza, né il calore… Lentamente, come togliendosi ad una ad una le difese e le maschere, Marilena si accascia, si piega su se stessa, lasciando andare l’alare, così pesante, lasciando andare tutti i sentimenti e le emozioni. Singhiozzando ormai, contro il pavimento, bagnando i vestiti, senza vedere più, Marilena si abbraccia, si stringe a se stessa, come se fosse l’unica cosa da cui trarre conforto, come se tutti gli altri l’avessero abbandonata. Frattanto, mentre Marilena singhiozza a scatti, distesa per terra, i ciocchi del camino, resi bianchi dalla cenere, cadono scomposti, disfacendo la piramide ordinata. Le fiamme a poco a poco languiscono, sempre più flebili, sempre più stanche, sempre più incolori. Solo un unico legno annerito arde ancora colorando debolmente la stanza, donando vita agli oggetti e occhi alle pareti. Le lingue arancioni, assottigliate, lo lambiscono dai lati, il centro è ormai quasi solo brace. Lentamente anche le estremità perdono corpo, si ricoprono di cenere grigia, le fiamme si spengono. Rosseggiante, quieta, calda ora solo la brace resta nel camino, colorando fiocamente di bagliori arancioni le pareti, i mobili, il divano, Marilena.
Marilena che ora, sfinita dal pianto, dalla stanchezza, ha trovato una posizione in cui non deve tendere i muscoli, in cui nulla le fa male e scivolando incoscientemente in un mare di pensieri e di ricordi ha smesso, senza accorgersi, di singhiozzare. Qualche lacrima le rotola ancora sulle guance e bagna il tappeto, ma sono sempre più rare. Senza sentire lo sfrigolio della brace, senza vedere che la luce diminuisce, Marilena socchiude delicatamente gli occhi. Assieme ai bagliori aranciati le appaiono forme tra le palpebre semichiuse. Marilena si sente come volare, mentre il suo corpo si rilascia, la sua mente vola serena e dimentica di qualsiasi pensiero.Nella casa, avvolta in una morbida e calda oscurità, Marilena dorme, stesa sul tappeto di fronte al camino ormai spento. |
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