Eccomi a casa, bolle l’acqua sul fuoco. Mentre dispongo i piatti sulla tovaglia lancio occhiate fuori, nel buio denso e opaco della sera. I vetri si sono un po’ appannati e vedo ombre luminose fluttuare per la strada: il cappotto rosso di una signora, il cappellino di una ragazza. E’ quasi pronta la nostra cena: dove sei? Per strada, nell’oscurità della nostra città, così piena di gente e così lontana, stai forse camminando, perso nei tuoi pensieri come me? Com’è triste quest’ora nelle sere d’inverno! Spengo le luci e mi avvicino ai vetri. Non ci sono stelle né luna lassù: solo il fumo grigio della nebbia. La nostra cucina oscura mi avvolge dolcemente, come uno scialle caldo. Mi poso le mani sul grembo e d’un tratto anche tu sei accanto a me, col tuo profumo e la tua camicia, sgualcita dopo una giornata di lavoro. Sereno, come non sei mai quando torni alla sera, tranquilli, come se fossimo in vacanza. Siamo solo noi due e la nostra creatura che cresce nel mio corpo: come sei curioso, come si illumina di gioia il tuo viso quando, dopo cena, siamo seduti insieme e vuoi appoggiare il capo sul mio grembo.
Il cibo si raffredda e anche io sento le mani ghiacciate sul vetro della finestra: dove sei, amore? Non sei più qui con me, ecco, ho capito, ti sei fermato in un negozio, compri qualcosa. E’ un paio di guanti per me, una cravatta che ti serve, del pane, una copertina di lana per il nostro bimbo… Ti piace farmi sorprese, lo so, per questo a volte ritardi, cambi le tue abitudini. Ora però, amore, affrettati, corri sulla strada di casa, pensa che tua moglie ti aspetta, sola nella nostra cucina sempre più buia e fredda. Riaccendo le luci, mentre la preoccupazione mi stringe il cuore con le sue mani adunche. Fuori l’umidità si condensa in nebbia fitta, le persone si affrettano, affamate, stanche, infreddolite e in qualche misura addolorate per qualche cura segreta.Comincio a sbocconcellare il pane indurito sulla tavola, fissando fuori dalla finestra: non vedo nulla al di là dei vetri, ora che ne sono lontana, ma so che da là dovrai arrivare. Odo le voci e gli strilli dei bambini al piano di sopra, il rumore delle forchette nei piatti, le seggiole che vengono strisciate sul pavimento. Dove sei, amore, perché non arrivi? Con chi ti stai attardando per la strada? Forse non è una strada, ma un’altra casa, un altro cibo, un altro viso sorridente che ti sta salutando. Baciando. Continuo a sbocconcellare il mio pane mentre penso alla mia infelicità e la mano di nuovo mi corre verso il ventre. Sei lontano da me e il gelo di quest’antro che finora ho chiamato casa è penetrato nelle mie ossa come una lama. Suona il campanello. Ritorno nella mia cucina, col calore dei fornelli e il cibo, ancora caldo, nella pentola. |
|
Indice racconti |
| Home |